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Esperienze  
Un tocco umanistico al Politecnico di Torino

L'attenzione alla persona, prima che al risultato, porta risultati notevoli anche, e soprattutto, in quegli ambiti in cui gli studenti non vengono invitati a mettersi in gioco personalmente.

Il caso e una mia volontà nel proporre un corso di relazione destinato ai neo-ingegneri mi hanno portato atenere un breve corso di due crediti rivolto agli studenti del secondo anno della III Facoltà, Elettronici e Telematici.

Il corso è intitolato “Tecniche di presentazione” e, negli intendimenti della Direzione Didattica, ha lo scopo di aiutare gli studenti a presentare esami, tesine e tesi, insomma le verifiche di rito dell’Università.

Ho presentato un programma di taglio molto umanistico che è stato accettato, e quando si è trattato di determinare le modalità dell’esame con il referente del corso si è concordato di inventare un meta-esame - una simulata diremmo noi – in cui lo studente porta e prova una presentazione che intende proporre, che per quasi tutti è stato un esame da sostenere in seguito.

Ho imbastito il corso come autoosservazione e acquisizione di consapevolezza con una serie di obiettivi:

  • Collegare continuamente l’informazione al presente e alle attività quotidiane, in testa lo studio, per evitare che ogni incontro fosse scollegato dal precedente.
  • Allargare la visuale per diminuire l’identificazione con lo studio.
  • Riportare le situazioni il più possibile a “che cosa provo?”, “che cosa posso fare io?”.
  • Proporre, verificare, cercare di accontentarmi.

Come sono andate le cose?

Il primo incontro ha creato sconcerto e qualche preoccupazione. Per alcuni studenti la novità dell’impostazione non tecnica di una relazione, compresa quella con il docente, è stata poco sopportabile. I sospetti, espressi e non, erano del tipo: possibile che non mi giudichi? mi devo scoprire... a cosa mi serve... non mi è utile spostare l’attenzione su contenuti così lontani... ho da studiare... All’opposto alcuni, pochi e soprattutto le ragazze, quasi dal primo momento tradiscono con gli occhi la sensazione interna di aprire una porta su una parte di se stessi che sospettavano valida e in attesa, una sorta di ri-conoscenza.

La sensazione che raccolgo è di poca libertà e quindi poco potere. Si sentono incastrati tra il mondo dei genitori che si aspetta risultati e il mondo dei professori che chiede periodicamente conto. L’età media è di 22 anni e non hanno sostanzialmente scelto loro di partecipare a questo corso, che ha pure un esame obbligatorio. Un altro esame. E io posso girargliela come voglio ma sono un altro professore. È l’inizio di una sorta di relazione di counseling obbligata.
Piano piano, esprimendomi molto nel loro linguaggio tecnico che ben si presta ai modelli e con alcuni esercizi anche divertenti sulla comunicazione, ecco le prima scoperte, i collegamenti con il proprio privato, qualche passaggio dal capire al comprendere, un po’ di fiducia.

A metà corso poi, quasi una svolta e una messa a fuoco personale: in un esercizio a gruppi che ha l’obiettivo di trovare soluzioni ad un problema tecnico che li vede protagonisti in un ambiente di lavoro, che dura un paio d’ore e al termine del quale uno del gruppo dovrà a illustrare, con i mezzi a disposizione, il lavoro svolto, ecco che per la maggior parte delle persone esplode la creatività. Devono inventare, esporre, discutere i pro e i contro, verificare la propria credibilità ed essere autorevoli. Faccio la funzione del consulente esterno e rilevo la naturalezza e l’entusiasmo nel chiedere.

Il contatto con la creatività invade tutto l’essere, che abbandona la paura. Lo sguardo nasce profondamente nell’interno ed è rivolto verso il possibile, il futuro, il fuori, mette in contatto con la gioia e con la libertà. Il posto della creatività è unico ed in alto, senza distinzione tra elettronica e arte e genera automaticamente un salto di livello che permane negli incontri successivi. L’attenzione alle esposizioni finali è molto elevata, c’è finalmente silenzio, non di obbedienza distratta ma di attenzione intima, di presenza.

Nella lunga condivisione che segue, chi ha presentato esprime il piacere di essersi provato e sentito, di aver rappresentato il suo gruppo, di aver imparato su di sé in modo nuovo, esce anche qualche inevitabile ed utile dinamica sulle modalità della collaborazione.

L’esame finale è impegnativo anche per me, per la necessità di valutare l’impegno, il modo e la consapevolezza di “cosa sta succedendo – cosa posso fare” e non i contenuti.
Esperienza particolare che mi insegna come molto possa essere colto e realizzato se si risponde alla domanda “Cosa serve qui?” e che, fatte ferme le conoscenze, la risposta abita sempre nello stesso posto.

Diego Nutarelli