![]() |
|
![]() |
||||||
| | Google.com | Punto-informatico.it | news.google.com | Slashdot.org | Wired.com | | ||||||||
|
|
_ |
L'attenzione alla persona, prima che al risultato, porta risultati notevoli anche, e soprattutto, in quegli ambiti in cui gli studenti non vengono invitati a mettersi in gioco personalmente. Il caso e una mia volontà nel proporre un corso di relazione destinato ai neo-ingegneri mi hanno portato atenere un breve corso di due crediti rivolto agli studenti del secondo anno della III Facoltà, Elettronici e Telematici. Il corso è intitolato “Tecniche di presentazione” e, negli intendimenti della Direzione Didattica, ha lo scopo di aiutare gli studenti a presentare esami, tesine e tesi, insomma le verifiche di rito dell’Università. Ho presentato un programma di taglio molto umanistico che è stato accettato, e quando si è trattato di determinare le modalità dell’esame con il referente del corso si è concordato di inventare un meta-esame - una simulata diremmo noi – in cui lo studente porta e prova una presentazione che intende proporre, che per quasi tutti è stato un esame da sostenere in seguito. Ho imbastito il corso come autoosservazione e acquisizione di consapevolezza con una serie di obiettivi:
Come sono andate le cose? Il primo incontro ha creato sconcerto e qualche preoccupazione. Per alcuni studenti la novità dell’impostazione non tecnica di una relazione, compresa quella con il docente, è stata poco sopportabile. I sospetti, espressi e non, erano del tipo: possibile che non mi giudichi? mi devo scoprire... a cosa mi serve... non mi è utile spostare l’attenzione su contenuti così lontani... ho da studiare... All’opposto alcuni, pochi e soprattutto le ragazze, quasi dal primo momento tradiscono con gli occhi la sensazione interna di aprire una porta su una parte di se stessi che sospettavano valida e in attesa, una sorta di ri-conoscenza.
La sensazione che raccolgo è di poca libertà e quindi poco
potere. Si sentono incastrati tra il mondo dei genitori che si aspetta
risultati e il mondo dei professori che chiede periodicamente conto. L’età
media è di 22 anni e non hanno sostanzialmente scelto loro di partecipare
a questo corso, che ha pure un esame obbligatorio. Un altro esame. E io
posso girargliela come voglio ma sono un altro professore. È l’inizio
di una sorta di relazione di counseling obbligata. A metà corso poi, quasi una svolta e una messa a fuoco personale: in un esercizio a gruppi che ha l’obiettivo di trovare soluzioni ad un problema tecnico che li vede protagonisti in un ambiente di lavoro, che dura un paio d’ore e al termine del quale uno del gruppo dovrà a illustrare, con i mezzi a disposizione, il lavoro svolto, ecco che per la maggior parte delle persone esplode la creatività. Devono inventare, esporre, discutere i pro e i contro, verificare la propria credibilità ed essere autorevoli. Faccio la funzione del consulente esterno e rilevo la naturalezza e l’entusiasmo nel chiedere. Il contatto con la creatività invade tutto l’essere, che abbandona la paura. Lo sguardo nasce profondamente nell’interno ed è rivolto verso il possibile, il futuro, il fuori, mette in contatto con la gioia e con la libertà. Il posto della creatività è unico ed in alto, senza distinzione tra elettronica e arte e genera automaticamente un salto di livello che permane negli incontri successivi. L’attenzione alle esposizioni finali è molto elevata, c’è finalmente silenzio, non di obbedienza distratta ma di attenzione intima, di presenza. Nella lunga condivisione che segue, chi ha presentato esprime il piacere di essersi provato e sentito, di aver rappresentato il suo gruppo, di aver imparato su di sé in modo nuovo, esce anche qualche inevitabile ed utile dinamica sulle modalità della collaborazione.
L’esame finale è impegnativo anche per me, per la necessità
di valutare l’impegno, il modo e la consapevolezza di “cosa sta succedendo
– cosa posso fare” e non i contenuti. Diego
Nutarelli |
||||||